Una funzione è differenziabile in un punto se lì si può sostituire con una funzione affine, con un errore trascurabile rispetto alla distanza dal punto. In una variabile è
f(x)=f(x0)+a(x−x0)+o(x−x0),x→x0
con a costante. In Rn la costante diventa un vettore e il prodotto fra numeri diventa un prodotto scalare. Una funzione f:Rn→R è differenziabile in x0 se esiste G∈Rn tale che
f(x)=f(x0)+G⊤(x−x0)+o(∥x−x0∥),x→x0
Il vettore G dipende dal punto, come f′(x0) dipende da x0. Scrivendo x al posto di x0 e d per lo spostamento, la definizione dice che l'errore dell'approssimazione lineare tende a zero più in fretta di ∥d∥:
d→0lim∥d∥f(x+d)−f(x)−G(x)⊤d=0
Proposizione (senza dimostrazione).
Condizione necessaria. Se f è differenziabile in x, esistono le derivate parziali in x e G(x)=∇f(x).
Condizione sufficiente. Se il gradiente esiste ed è continuo in un intorno di x, cioè le derivate parziali esistono e sono continue, f è differenziabile in x.
Le due condizioni non coincidono: la necessaria non chiede che il gradiente sia continuo.
Differenziabile implica continua
Dalla definizione:
f(x+d)=f(x)+∇f(x)⊤d+o(∥d∥)
Per d→0 il termine lineare e il resto tendono a zero, quindi f(x+d)→f(x) e f è continua in x. Il viceversa non vale, come in una variabile.
Ne segue che la funzione che vale 1 fuori dagli assi e 0 sugli assi, pur avendo le derivate parziali nell'origine, non è differenziabile lì: non è continua. L'esistenza del gradiente in un punto non basta.
Derivata direzionale
Se f è differenziabile in x, la derivata direzionale si calcola con il gradiente. Per t→0+:
I termini f(x) si cancellano, t esce dal numeratore e il resto, diviso per t, tende a zero. Se in x il gradiente è (10,−2,3,−1)⊤ e la direzione è d=(1,3,1,1)⊤:
Df(x,d)=10−6+3−1=6
Il calcolo è meccanico: derivate prime e un prodotto scalare. Il segno si legge dal quoziente: il denominatore t è positivo, quindi Df(x,d)>0 vuol dire f(x+td)>f(x) per t piccolo. Lungo d, per spostamenti abbastanza piccoli, fcresce.
Direzioni di discesa
Per minimizzare f si parte da una soluzione x0 e se ne cerca una migliore, x1 con f(x1)<f(x0). Serve una direzione di discesa: un d con Df(x0,d)<0, lungo cui f diminuisce per spostamenti abbastanza piccoli. Se f è differenziabile e ∇f(x)=0, una direzione di discesa c'è sempre: l'opposta del gradiente, detta antigradiente.
Mentre d ruota, Df(x,d)=∇f(x)⊤d cambia segno: è negativa per le direzioni nel semipiano aperto ombreggiato, che contiene l'antigradiente, e nulla sul suo bordo.
La direzione dice dove spostarsi, non di quanto. Si pone
x1=x0−α∇f(x0),α>0
e si prova α=1. Se f(x1)≥f(x0) si dimezza α e si riprova. Poiché la derivata direzionale è negativa, per α abbastanza piccolo f(x1)<f(x0), quindi prima o poi la soluzione migliora. Si ripete da x1, con il gradiente calcolato lì, e così via.
Se il gradiente è Lipschitz continuo di costante L, ogni 0<α<2/L fa diminuire f (con ∇f(x0)=0); lo si dimostrerà più avanti. In pratica L spesso non si conosce, e per questo si dimezza.
Retta e iperpiano tangente
In una variabile il grafico di f è l'insieme dei punti (x,y)∈R2 con y=f(x). La retta tangente al grafico in (x0,f(x0)) è
T={(x,y)∈R2:y=f(x0)+f′(x0)(x−x0)}
Il vettore (−f′(x0),1) è ortogonale alla retta. Presi due punti (u1,v1) e (u2,v2) di T, vale v2−v1=f′(x0)(u2−u1), e il prodotto scalare fra il vettore che li unisce e (−f′(x0),1) è nullo:
Mentre x0 si sposta, la retta tangente e il vettore (−f′(x0),1) ruotano insieme e restano ortogonali.
Con n variabili il grafico è l'insieme dei punti (x,y)∈Rn+1 con y=f(x): le prime n coordinate sono x∈Rn, l'ultima è f(x).
Al posto della retta tangente si ha l'iperpiano tangente: nel grafico in R2 è una retta, in R3 un piano, da R4 in poi un iperpiano. La definizione resta la stessa, con il gradiente al posto della derivata prima e il prodotto scalare al posto del prodotto:
Il vettore ortogonale ha n+1 componenti, il gradiente cambiato di segno e un 1:
(−∇f(x0),1)∈Rn+1
Esempio. Sia f:R5→R, con x0=(0,1,1,−1,1)⊤, f(x0)=7 e ∇f(x0)=(2,−1,3,1,1)⊤. Il gradiente ha cinque componenti, come le variabili, e il grafico e T stanno in R6. Basta sostituire nella definizione:
Il vettore ortogonale è (−2,1,−3,−1,−1,1)⊤. Conta che le dimensioni siano coerenti; calcolare f(x0) e il gradiente è solo sostituzione e derivazione.
Domini aperti
Finora f era definita su tutto Rn. Su un dominio D⊆Rn la definizione di differenziabilità usa f(x+d) per ogni direzione, quindi x+td deve stare in D per t piccolo. Succede se x è interno a D. Da un punto di frontiera alcune direzioni portano fuori da D con spostamenti piccoli quanto si vuole, dove f può non essere definita.
Interno e frontiera
xxˉfuori da Dx1x2
D, frontiera compresa
intorno di x contenuto in D
Da un punto interno x ogni spostamento abbastanza piccolo resta in D. Da xˉ, sulla frontiera, alcune direzioni portano fuori, dove f non è definita.
Si chiede perciò che D sia aperto, cioè formato solo da punti interni. Per questo le definizioni si trovano scritte su un dominio aperto.
Con D aperto, f∈C0(D) vuol dire che f è continua su D. f∈C1(D) vuol dire che in ogni punto di D esistono le derivate parziali e sono continue. Per la condizione sufficiente, f∈C1(D) è differenziabile in ogni punto di D: C1 è una regolarità più forte della differenziabilità. Quando si conoscono le derivate si suppone di solito f∈C1.
Esercizi: successioni, limiti e insiemi
Successione limitata in R3. Una successione {xk}⊂R3 è limitata se e solo se lo sono le tre successioni delle componenti xk(i). Basta quindi una componente illimitata, per esempio la seconda, perché la successione sia illimitata.
Un limite che non esiste. Su D=R2∖{(0,0)} sia
f(x,y)=x2+y2xy
L'origine è di accumulazione per D. Si confrontano le restrizioni a A={(x,y)∈D:y=x} e a B={(x,y)∈D:x=0}:
Le due restrizioni tendono a limiti diversi, 1/2 e 0, quindi il limite in (0,0) non esiste. Per mostrare che un limite non esiste basta trovare due restrizioni con limiti diversi.
Un insieme chiuso, non compatto, senza punti di accumulazione in R5. Si prendono punti isolati che si allontanano all'infinito:
X={(k,1,1,1,1)⊤:k=0,1,2,…}
Due punti distinti di X distano almeno 1, quindi un intorno di raggio 1/2 di un punto qualsiasi ne contiene al più uno, e restringendolo lo si esclude. Nessun punto è di accumulazione: DX=∅⊆X, quindi X è chiuso e tutti i suoi punti sono isolati. Non è limitato, perché la prima coordinata va all'infinito, e perciò non è compatto. Con (1/k,1,1,1,1), k=1,2,…, si avrebbe invece il punto di accumulazione (0,1,1,1,1), che non appartiene all'insieme: quell'insieme non è chiuso.
Una successione illimitata con tre punti limite in R4. Si dividono gli indici in quattro classi infinite:
Le sottosuccessioni su K1,K2,K3 sono costanti e convergono a p1,p2,p3; andrebbero bene anche componenti come 1/(k+1) che tendono a quelle dei pi. Su K4 la norma tende a +∞, quindi {xk} è illimitata. Una sottosuccessione convergente è limitata, perciò ha solo un numero finito di indici in K4 e il suo limite è uno fra p1,p2,p3. I punti limite sono esattamente questi tre.